Santa Croce

Sito ufficiale delle Parrocchie di Ghiffa e dell'Oratorio Nuova Realtà

SANTA CROCE

LA CHIESA

L’oratorio dedicato alla esaltazione della croce a Ghiffa fu fatto costruire, negli ultimi anni della sua vita, da Don Matteo Barajni, parroco di S.Babila a Milano, morto a Ronco di Ghiffa il 24 Settembre 1679. Questa costruzione, a forma di croce greca, con l’altare principale di stucco e due altari laterali lignei, era un rifacimento sulle mura di una chiesetta già esistente, dedicata a S. Matteo apostolo. Don Barajni inoltre lascia in dotazione un beneficio per la celebrazione di Sante Messe.

Nel 1773, come indica la lapide murata, verrà costruito l’attuale campanile, ad una campana, a spese di benefattori ed abitanti della Punta. Nel 1775 la chiesa viene ingrandita e abbellita.

La tradizione vuole che il Crocifisso ligneo custodito in S.Croce, sopra l’altare principale, provenga dall’oratorio di S. Lorenzo. Questo Crocifisso policromo, di stile tirolese, ha le braccia mobili ed il viso intagliato come una maschera mobile sul collo, ed è di probabile fattura del XV secolo (epoca assai precedente all’edificazione della chiesa di S.Croce). L’espressione del viso sofferente è di particolare naturalezza ed anche il colore del drappo che copre il Cristo è stato riportato al colore originale.

Questo crocifisso è stato venerato dai ghiffesi e dai pellegrini per molti anni nella chiesa di S. Lorenzo sino a quando, dopo la costruzione della strada litoranea verso la Svizzera del 1854, i proprietari fratelli Ambrosini Spinella, la sconsacrarono per trasformarla in scuderia. Poco dopo, nel 1866, Attilio Ambrosini Spinella, devoto alla chiesa di S. Croce, per ricompensare della chiusura di S. Lorenzo, a sue spese cura il restauro, con rifacimento degli altari, lavoro che verrà terminato nel 1876, dopo la sua morte.

Il prezioso crocifisso, prima di passare a S.Croce, resterà per molti anni nella cappella De Micheli, sopra la Punta di Ghiffa.

La chiesa di S. Croce, inizialmente inserita nella parrocchia di S. Maurizio della Costa, viene elevata a parrocchia il 22 gennaio 1954 e affidata inizialmente a don Bruno Lanzini.

Nel 1958 il vescovo mons. Gilla Vincenzo Gremigni, che aveva la casa estiva nell’attuale hotel Paradiso, consacra la mensa del nuovo altare maggiore e la pietra sacra dell’altare del Sacro Cuore, includendovi le reliquie dei santi martiri Severo, Simplicio, Tranquillo e Placida.

Nel 1959 invece vengono restaurate le tre grandi tele poste sulle pareti della chiesa (Omaggio al Bambino e alla Vergine di Gianni Nuvolone, Esaltazione della Santa Croce di Carlo Notaris e lo sposalizio mistico di Santa Caterina di Pallanza di autore Anonimo).

 

Qui vi è oggi un importante polo di ritrovo per i ragazzi, nei locali parrocchiali antistanti la Chiesa.

Nuvolone, Omaggio al Bambino e alla Vergine

LA COMUNITA'

 

Fino al 1954 la Parrocchia Arcipreturale di San Maurizio della Costa comprendeva tutto il Comune di Ghiffa. Molti di noi hanno ancora un vivo ricordo della suddivisione nelle tre parrocchie di San Maurizio, San Lorenzo e Santa Croce voluta dal vescovo Mons. Gilla Gremigni, che amava trascorrere il periodo estivo nella villa vescovile di Ghiffa. Santa Croce viene, quindi, elevata a parrocchia autonoma il 22 gennaio 1954 e affidata a don Bruno Lanzini, primo e indimenticato Parroco. Subito si è creata una comunità molto viva, costituita da famiglie attive e presenti che hanno sempre aiutato i vari Parroci che si sono succeduti, nel collaborare al servizio della Chiesa, nonostante alcune dure prove a cui è stata sottoposta.

La Parrocchia di Santa Croce comprende Ghiffa lago, Ronco, Deccio e Valdora.

All’interno del territorio si trovano due importantissime realtà: il monastero delle Suore Benedettine del SS. Sacramento e il Santuario della SS. Trinità. Il primo è un luogo di silenzio, di preghiera e di ascolto: molti ghiffesi, ma anche molti provenienti da altre località, trovano risposte alla loro fede e conforto per la loro vita spirituale, soprattutto nei momenti più difficili.

Il Santuario della SS. Trinità è particolarmente caro a tutte e tre le comunità parrocchiali. La ricorrenza della festa della SS. Trinità a giugno è un appuntamento importante nel cuore di tutti i ghiffesi, perché è l’occasione speciale in cui si raccoglie l’intera comunità.

Il Sacro Monte rappresenta il luogo d’incontro privilegiato ed amato da tutti i cittadini di Ghiffa, che qui identificano più consapevolmente la loro appartenenza comunitaria e per questo sono sempre pronti e disponibili a collaborare per la valorizzazione del luogo sacro e della bellissima area naturalistica.

Abbiamo inoltre tradizioni a cui siamo molto legati e che il nuovo Parroco don Angelo imparerà a conoscere e sicuramente ad apprezzare.

La prima domenica di luglio si festeggia a Ronco la “Visitazione di Maria ad Elisabetta” con la discesa della “nuvoletta”; a fine luglio a Deccio festeggiamo San Tommaso e la prima domenica di settembre in Santa Croce si celebra la grande festa patronale, con la benedizione del lago e la tradizione del burchiello.

Siamo soliti partecipare alle funzioni e alle tradizioni religiose con uno stile sobrio, semplice e conviviale, caratterizzando le feste con momenti di coinvolgimento di tutta la comunità anche attraverso pranzi e intrattenimenti vari.

La nostra comunità è caratterizzata dall’accoglienza e da un clima di apertura verso tutti. Durante l’estate le numerose famiglie che soggiornano da generazioni sul nostro territorio e frequentano le nostre Chiese, si trovano immediatamente coinvolte nella vita parrocchiale, contribuendo a mantenere viva la fede che ci unisce.

Anche le persone, approdate sulle nostre rive più recentemente, italiane o straniere, scoprono la bellezza di una comunità aperta all’amicizia. Don Rinaldo, che abbiamo salutato lo scorso mese, è stato il primo Parroco di tutte e tre le parrocchie dal 1954.

 

dalla presentazione preparata dalla comunità

in occasione dell'ingresso del nuovo parroco don Angelo

La "Barchetta" di Santa Croce in Ghiffa (Il "burchiello")

 

[Da non tradurre in inglese e tedesco per Concorso traduzione sito perché già tradotto dal Comune]

 

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La festa patronale di S. Croce è molto sentita e partecipata da residenti, villeggianti e turisti di passaggio Dal Venerdì alla Domenica sera, ai diversi momenti religiosi si alternano incontri di cultura e tradizioni locali, giochi per grandi e piccini, pranzi e cene succulenti preparati da specialisti del posto.

 

Il momento più significativo e sentito della festa è quello della "barchetta".

Durante la messa domenicale, un piccolo "burchiello" (nome dato alle barche da pesca del nostro lago) ricolmo di doni e ornato con fiori e frutti, viene introdotto in chiesa per essere benedetto.

Questa usanza risale ad un' antica leggenda, tramandata di padre in figlio, secondo la quale si narra che il 13 settembre 1848, vigilia della festa della Esaltazione della S. Croce, sul lago ci fu una grossa bufera.

Ai tempi, in riva al lago a Ghiffa abitavano solo famiglie di pescatori che vivevano a fatica del loro duro lavoro. Un anziano pescatore, preoccupato per la sua barca e le sue reti, incurante del maltempo si recò in riva al lago per controllare il suo burchiello e le reti. Trovò solo un pezzo della corda che legava la barca, strappata dal forte vento. Con l'aiuto degli amici pescatori, salirono su una barca per cercare il burchiello.

Mentre la bufera imperversava e il buio della notte rendeva ardue le ricerche, il pescatore, tenendo stretto il piccolo crocifisso che aveva sempre in tasca e confidando nell'aiuto di Dio, fece un voto.

Se avesse trovato il suo burchiello, ne avrebbe costruito un altro simile più piccolo da donare alla parrocchia. I bambini avrebbero potuto spingerlo in chiesa ricolmo di doni da offrire durante lo festa di S. Croce. Immediatamente il vento cessò, le acque si calmarono, lo pioggia diminuì e il pescatore scorse lo sagoma del suo burchiello. Trovò anche le reti, tanto piene di pesci che per trasportarle a riva furono necessarie due barche. Il vecchio, commosso per aver ritrovato il suo burchiello e perché non aveva mai visto tanti pesci in una volta sola, in segno di riconoscenza decise di offrire ogni anno, sulla barchetta costruita per la chiesa, anche parte del pesce pescato nella notte precedente la festa ...

Questa è la leggenda ...

Di certo sappiamo che la barchetta che oggi i bambini spingono in chiesa ricolma di doni da offrire all'incanto, è il frutto del generoso impegno della importante famiglia ghiffese Berta-Calastra, che alla fine del 1800 la rimise a nuovo.

Questa antica tradizione vuole anche ricordare le fatiche dei "tencit" di Ghiffa, ed in particolare di quelli della Punta.

I "tencit" (così chiamati perché sporchi di polvere di carbonella) erano i carbonai che sovrintendevano alle operazioni di scarico e di immagazzinamento del carbone.

Nei secoli XVI e XVII i "tencit" commerciavano carbone di legna prodotto nei nostri boschi, che veniva trasportato al "Laghett" (il Laghetto di Milano, nei pressi di piazza Duomo, dove sorgeva il piccolo porto specializzato nei rifornimenti di carbone) con i burchielli che dal fondo del lago Maggiore risalivano il fiume Ticino e attraverso i Navigli entravano in Milano.

Al ritorno da questi viaggi, i burchielli portavano a Ghiffa dalla città gli alimenti che non venivano prodotti dalla nostra terra.

Ancora oggi la barchetta viene custodita dalla famiglia discendente dai Berta-Calastra.

 

Descrizione del "Burchiello"

realizzata dal Comune di Ghiffa

 

Per contattare l'autore e per informazioni:

I “tencitt” di Ghiffa

 

(Questo articolo approfondisce i cenni presenti nell'articolo sul "Burchiello")

 

 

I “tencitt” o “tencin” di Ghiffa (così chiamati i ragazzi sporchi di polvere di carbonella) erano i carbonai che sovrintendevano alle operazioni di carico e immagazzinamento del carbone.

Nei secoli XVI e XVII i “tencitt” commerciavano carbone di legna prodotto nei nostri boschi , trasportato con i burchielli dal Lago lungo il Ticino e il Naviglio Grande fino al “Laghett”, il Laghetto di Milano nei pressi di Piazza Duomo, dove sorgeva il piccolo porto specializzato nei rifornimenti di carbone. Al ritorno da questi viaggi sulle antiche vie d’acqua, i burchielli portavano a Ghiffa dalla Città gli alimenti e le merci che non venivano prodotti dalla nostra terra, e i “tencitt” contribuirono così allo sviluppo e al progresso delle nostre genti.

Un significativo esempio di questo sviluppo è rappresentato dalla straordinaria storia della famiglia Taccioli, da semplici “tencitt” alla fine del’600 divenuti nel corso di due secoli ricchi commercianti, banchieri e influenti personaggi di Milano.

Le prime notizie sulla famiglia Taccioli risalgono alla metà del XVII secolo, dall’archivio parrocchiale di S.Maurizio della Costa del 1662 risulta che in località “Punta di Ghiffa” risiedevano Domenico Taccioli del fu Giovanni e la sua famiglia allora composta dalla moglie Catarina Girama di Ghiffa e dai giovani figli Giovanni Battista e Domenica. Il mestiere da loro esercitato ci è dato sapere da un tal Carlo Antonio Glossiano che riferisce “receperit a Domenico Techiolo mercatore vini et aliorum vulgo al Laghetto” 1980 lire per altrettanta carbonina vendutagli.

Dalla divisione dei beni di Domenico, effettuata nel 1716 tra gli eredi, abbiamo notizia dell’esistenza di un “negozio” di vini a Milano e di una “sciostra” con utensili per il vino e per l’aceto in Ghiffa. L’ubicazione del negozio al Laghetto e la presenza della carbonina tra le merci commerciate testimoniano il passato da “tencin”.

Nel corso del’700 i Taccioli estesero la loro attività di commercianti a Milano acquistando diverse proprietà tra cui alcune case al Laghetto, botteghe e terreni, aumentando significativamente il loro prestigio nell’ambito del commercio del vino con la carica , rivestita da Francesco Taccioli nel 1751, di “sindaco” nella Università dei mercanti di vino. La crescita economica dei Taccioli fu amplificata dalla attività di prestiti finanziari verso importanti famiglie milanesi come i marchesi Pozzo e Orrigoni, il conte Panigarola e la marchesa Anna Guicciarda d’Este. Verso la fine del’700 il valore del patrimonio attivo dei Taccioli supera la ragguardevole somma di 600.000 lire e possedimenti di oltre 10.000 pertiche di terreno irriguo.

Un altro indicatore sensibile della dinamica di sviluppo della famiglia è il radicamento nella borghesia commerciale milanese attraverso i matrimoni e le relative doti.

L’inizio dell’800 vede la “ditta Taccioli” diversificare ulteriormente le proprie attività, con il commercio della seta attraverso accordi con le più importanti manifatture dell’epoca, e quello del sale attraverso l’appalto delle importanti raffinerie di Gera di Como e Maccagno che aveva la privativa della somministrazione dei Sali agli svizzeri. Il rifornimento quasi in esclusiva di pane,vino,sale e quant’altro all’Ospedale Maggiore di Milano permise anche un accesso “privilegiato” alle molte aste di vendita di beni dell’Ospedale che accrebbero ancor più il patrimonio immobiliare della Ditta. Nel primo decennio dell’800 la posizione economica e sociale dei Taccioli era ormai tale da permettere loro di occupare un posto di rilievo nella Camera di Commercio di Milano, essere inclusi nell’elenco delle 169 famiglie notabili invitate a presenziare alla incoronazione di Napoleone, risiedere nella nobile casa di via Pantano, possedere un palco nobile alla Scala ed essere soci della Società del Giardino. Luigi Taccioli, ormai affermato banchiere e proprietario terriero, sposa nel 1844 la contessa Giulia Castiglioni esponente di una delle più antiche famiglie aristocratiche milanesi. Egli lascia alla sua morte nel 1847 un patrimonio di più di 5 milioni di lire, la Villa Mirabello di Varese, dove venne ospitato Vittorio Emanuele II, ora proprietà del Comune di Varese, e la Villa di Affori, una delle più importanti realizzazioni del barocco lombardo, circondata da un’enorme tenuta di 2500 pertiche. Con i figli Enrico e Gaetano, entrambi senza figli maschi, alla fine dell’800 la famiglia si estingue.

 

 

Tratto dal libro di Stefano Levati “Da tencin a banchieri”

pubblicato dalla Banca Popolare di Intra

 

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articoli@parrocchiaghiffa.org

La Madonna dei Tencitt

 

A testimoniare la presenza della comunità dei carbonai Ghiffesi “tencitt” a Milano è una tela alta quasi 2 metri con la Madonna che protegge sotto il proprio mantello i santi Sebastiano, Carlo Borromeo con il suo inconfondibile profilo e Rocco con il cane che lecca le ferite. Il dipinto, di autore ignoto, si trova in via Laghetto proprio sulla parete di casa Taccioli, ed ha una storia curiosa: un doppio voto. Fu commissionato da Bernardo Catone, abate della corporazione dei carbonai, come segno di riconoscimento alla Madonna per averli risparmiati dalla peste del 1630 e collocato, appunto, sulla facciata della “casa dei tencitt” ( senza nulla togliere ai buoni uffici della Madonna, sembra tuttavia provato che a proteggere i carbonai dalla infezione fosse proprio la polvere di carbone di cui erano impregnati). La tela rimase per tre secoli quasi dimenticata chiusa da due ante di legno che la proteggevano ed esposta solo in occasione della festa dell’Assunta… fino al secondo voto di un avvocato milanese della zona che nel 1989, guarito dai postumi di un grave incidente stradale dopo aver chiesto la grazia alla Madonna, la fece restaurare proteggendola da un vetro, come appunto la vediamo oggi.

 

Da una ricerca di Francesca Bonazzoli

 

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Madonna de' Tencitt

con San Sebastiano, San Carlo e San Rocco

 

[Grazie a Roberto Troubetzkoy per la fotografia]

Ubicazione del dipinto "Madonna de' Tencitt

con San Sebastiano, San Carlo e San Rocco":

Milano, via Laghetto

 

[Grazie a Roberto Troubetzkoy per la fotografia]

 

sito online dall'inizio dell'anno liturgico 2013-2014: pubblicato il 3 dicembre 2013, memoria di San Francesco Saverio, patrono delle missioni